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Il 16 giugno 1988, a soli 32 anni, se ne andava Andrea Pazienza, fumettista e molto altro.

“Andrea Pazienza, trent’anni senza”. Come il titolo della mostra di Roma dedicata al Paz e ai suoi personaggi, tra cui il celebre Zanardi.

Geniale, prolifico, poliedrico Andrea Pazienza. E visionario. Anche nel descrivere il proprio segno di matita: “A seconda dell’esigenza del racconto, se si ha un racconto comico, un racconto drammatico, o anche una storia angosciosa, per ognuna delle mie storie utilizzo un segno diverso, contenuto in qualcosa di molto simile a una stanza, nella quale entro e nella quale già trovo gli ingredienti che mi servono per scrivere una storia tipo.”

Chissà cosa ci avrebbe regalato la matita del Paz di questi tempi. Tanto ricolmi di scempi.

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Serge Doceul, “La mer à la pointe du Kador (Morgat)”

Comunque la si guardi non c’è un vincitore.

Perché la vicenda “Aquarius” ha scoperchiato un vaso di Pandora. Che era malamente nascosto tra le sabbie ipocrite e mobili del mare nostrum.

Non vince l’Europa, che sta evidenziando profonde divisioni e sostanziali differenze. Politiche e umanistiche.

Non vince la diplomazia, ormai dimenticata a favore di battute ad effetto, accuse pretestuose ed epiteti offensivi.

Non vince la politica, non più praticata nella sua arte di visioni sul futuro perché costretta al tempo breve di un tweet.

Non vince il volontariato, tacciato di possibili utili affaristici intorno al soccorso.

E soprattutto non vince il migrante che, dopo aver attraversato a fatica schegge di mare, ritrova intorno a sé schegge di sale.

Chef Bourdain mi ha introdotto al culto del viaggio culinario, quello che permette di camminare, in punta di gusto, nella cultura di un luogo, insieme alla sua storia e alle sue usanze.

Ricordo la prima volta che sfogliai, e poi divorai, il suo “Kitchen Confidential”. Confidenze, appunto, intorno alla sua idea di cucina: gli attrezzi indispensabili, il cibo da non ordinare mai al ristorante, la mise-en-place standard, le padelle sul fuoco, i segreti succulenti di New York e quelli di Tokyo. E la sua idea di vita: “‘Kitchen Confidential’ – diceva nel 2011 – è arrivato quando stavo ancora seduto vicino a una friggitrice e dopo undici anni sento ancora l’odore del piano cottura e della piastra, che ancora dà forma al modo in cui vivo la mia vita“.

Merci Chef.

Qualche settimana fa, ad una manciata di giorni dalla fine dell’anno scolastico, una mia classe faceva il conto dei giorni all’alba, e tutti erano visibilmente contenti.

Eccetto un mio studente, passo profondo nel suo cammino. Mi guarda e mi confessa, a cuore aperto e mente oltre la finestra: “Prof, a me un po’ dispiace. Amo venire a scuola perché imparo cose nuove.” I compagni, inconsapevolmente miopi, in risposta: “Ma a settembre ritorniamo!”. E lui, a visione consapevolmente chiara, forse troppo, ribatte placido, come suo solito: “Ma il prossimo anno sarà un’altra cosa!“.

E così porto a casa, felicemente silenziosa, un piccolo ripasso della lezione per me più preziosa. Che il “maestro” è dietro l’angolo, e si presenta quando meno te lo aspetti. Per questo bisogna essere attenti e fiduciosi. Dentro e fuori scuola. Grazie Hartwig.

Ps: buone vacanze alle mie “bimbe” e ai miei “bimbi”, anche a quelli “bischeri”…

Il 6 giugno 1968 veniva assassinato Robert Kennedy, due mesi dopo Martin Luther King. Il 18 marzo di quell’anno aveva tenuto il famoso discorso sul PIL. Tanto rivoluzionario allora, tanto attuale ora.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.”

La domanda, semplice e drammatica, è sempre la stessa, ogni volta che violentemente viene stroncata una tal fucina di pensieri. Quanto avrebbe ancora potuto elargire alla comunità?

A proposito di migranti, di cui tanto si dibatte in questi giorni (mentre il mare spesso batte loro, e l’umanità tutta viene battuta dalle tante, troppe parole) è illuminante il testo di Cesare Cremonini “Kashmir-Kashmir”.

Perché ci ricorda che, spostando il punto di vista, tutto cambia. Ma proprio tutto.

In perfetto timing, quasi per magia, la Festa della Repubblica vede sciolti i nodi della crisi politico-istituzionale.

Auguri a tutti gli italiani!